GIACOMO. IL VOLTO OLTRE LA PITTURA

tra segno, materia e identità

della Redazione


Il volto è il punto di partenza e, allo stesso tempo, il territorio di trasformazione della ricerca di Giacomo, artista per il quale il ritratto non coincide mai con la semplice rappresentazione di una fisionomia.

Nelle sue opere il disegno, la pittura e la materia dialogano fino a costruire immagini sospese tra riconoscibilità e astrazione, dove ogni superficie diventa parte integrante dell'identità del soggetto.

La sua formazione nasce dal disegno. Nell’atelier del pittore Nicola Migliozzi, a Calvi Risorta, Giacomo approfondisce il disegno dal vero, il chiaroscuro e la composizione. Trasferitosi a Udine nel 1989, frequenta per tre anni la Scuola d’Arte e Mestieri “Giovanni da Udine”, proseguendo lo studio della pittura e aprendosi progressivamente alla sperimentazione di tecniche e materiali differenti.

Ancora oggi, spesso, tutto comincia da un bozzetto a matita. È qui che il volto viene osservato, studiato e ridotto all’essenziale: una linea, una postura, un’espressione possono essere sufficienti a suggerire un carattere. Ma quando il disegno approda sulla tela, l’immagine prende una direzione diversa. Non si tratta più di riprodurre, bensì di costruire.

Acrilico, stoffe, stucco e colle viniliche vengono sovrapposti e integrati nella superficie pittorica. La materia introduce spessore e interrompe la continuità della figura: frammenti tessili, motivi floreali, geometrie, punti e trame entrano negli abiti e talvolta nel volto, trasformando la superficie in un vero campo di sperimentazione.

È particolarmente evidente nei lavori dedicati alla figura femminile, protagonista ricorrente della sua ricerca. I volti non cercano una somiglianza fotografica: diventano piuttosto un pretesto per indagare identità, carattere ed emozione. Nelle immagini si riconosce una figura, ma il suo essere riconoscibile è continuamente messo in discussione dalla materia e dal colore.

Anche gli occhiali, presenti in diverse opere, assumono un ruolo significativo. Non sono semplicemente un dettaglio del ritratto: diventano una sorta di struttura visiva che incornicia lo sguardo, lo filtra o lo nasconde. In questo gioco di distanza e prossimità, chi osserva è invitato a interrogarsi su ciò che il volto rivela e su ciò che invece sceglie di celare.

Le opere esposte mostrano con chiarezza questa evoluzione. Un ritratto può nascere da una figura apparentemente tradizionale e trasformarsi, attraverso campiture accese, superfici materiche e dettagli decorativi, in qualcosa di nuovo. Il colore assume una funzione costruttiva, mentre stoffe e texture diventano segni al pari della matita e del pennello.

Il risultato è un linguaggio personale, nel quale il disegno fornisce l’ossatura dell’immagine, mentre colore e materia ne modificano progressivamente l’identità. Il volto rimane presente, ma non è più soltanto un volto: diventa superficie, memoria, segno.

È proprio in questa tensione tra ciò che riconosciamo e ciò che l’artista trasforma che si trova la cifra più interessante della ricerca di Giacomo. Una pittura che parte dalla figura per andare oltre la figura, dove il ritratto non viene semplicemente dipinto, ma costruito strato dopo strato, fino a diventare un’immagine altra.

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Articolo pubblicato sul numero 10 di ABITARE Magazine - ottobre 2026 


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