Nel suo laboratorio sulla costa campana, tra i profumi del Mediterraneo e i silenzi del fuoco, Onofrio Acone modella ceramiche che sembrano emergere da un tempo sospeso, in bilico tra memoria arcaica e visione contemporanea.
Designer, scultore autodidatta e imprenditore, Acone ha trasformato l’argilla in un mezzo espressivo assoluto, raccontando — con pezzi unici o in serie limitate — una personale idea di bellezza: imperfetta, intensa, profondamente umana. Lontano dai formalismi della produzione seriale, le sue creazioni prendono forma senza tornio, interamente a mano, con la pazienza di un gesto antico e la freschezza di uno sguardo infantile. Vasi a collo alto, giare che reinterpretano le anfore romane, bottiglie dalle cromie dense: ogni pezzo nasce come esito di una pratica artigianale instancabile e di una sensibilità rara per la materia e le sue reazioni.
È l’“arte del fuoco” — come la chiama lui stesso — il cuore pulsante della sua produzione. Attraverso la manipolazione dell’argilla e la sperimentazione con texture, sabbie, smalti e ossidi, Acone affronta la sfida dell’imprevedibilità, lasciando che l’elemento trasformi il progetto in emozione. La superficie delle sue ceramiche si anima così di tracce organiche: iute, spugne, metalli e legni raccolti sulle spiagge diventano strumenti di decoro, imprimendo segni volutamente imperfetti che dialogano con lo smalto, ora opaco, ora lucido, ora strappato. Dietro questa spontaneità materica, c’è un linguaggio preciso, quasi calligrafico: tratti grafici rapidi, asciutti, sintetici, capaci di evocare geometrie primitive e forme archetipiche, mai decorative in senso classico, ma intrinsecamente espressive. Le sue palette cromatiche oscillano tra i bianchi tipici della tradizione vietrese e le irruzioni gioiose di colori primari, stesi in ampie campiture o lasciati colare liberamente sulla superficie, in una danza compositiva di grande equilibrio.
La formazione di Onofrio Acone inizia nel laboratorio ceramico dell’azienda di famiglia, negli anni '90, in un ambiente dove la tradizione non è mai stata disgiunta dalla ricerca. Da allora, ha saputo costruire un proprio vocabolario artistico, attingendo con naturalezza alla cultura ceramica campana e riconfigurandola con strumenti contemporanei.
La sua ricerca non si limita però al mondo della ceramica: il suo percorso si intreccia con l’imprenditoria creativa, la ristorazione e l’attività vinicola, oltre che con la produzione di lastre in pietra lavica nell’azienda Lapilli. È anche grazie a questo sguardo aperto e multidisciplinare che le sue opere hanno catturato l’attenzione di figure di riferimento nel design internazionale, come Giulio Cappellini, che lo ha scoperto alla Milano Design Week del 2023. Da allora, ha firmato collezioni per marchi come Cattelan Italia, Gervasoni e Molteni&C, collaborando anche con boutique di lusso, ristoranti e collezionisti privati.
Onofrio Acone non si limita a creare oggetti decorativi: inventa piccoli universi. Ogni vaso, ogni brocca o jar contiene in sé il respiro della terra, il silenzio del gesto e l’eco di un sapere secolare. Le sue ceramiche non nascondono mai la loro natura imperfetta: la esibiscono come segno distintivo, come traccia di un’intenzione che non vuole imitare la perfezione industriale, ma dare forma a un pensiero, a una sensazione. “La metà del mio lavoro è la realizzazione dell’oggetto”, racconta, “l’altra metà è l’emozione che mi ha portato a pensarlo”.
Nel panorama dell’artigianato contemporaneo italiano, il contributo di Onofrio Acone si distingue per autenticità e intensità. Le sue ceramiche, esposte in gallerie internazionali e distribuite anche online attraverso portali come Artemest, rappresentano una forma di lusso intimo, da contemplare più che da possedere. Oggetti vivi, testimoni di un’arte antica che attraverso le sue mani si rinnova, senza mai perdere il contatto con la terra, il fuoco e le storie che li abitano.
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Articolo pubblicato sul numero 38 di ABITARE Magazine - luglio 2025
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